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INTERVISTA A ILENIA FERRARI


La televisione di casa mia non ha mai mancato un giorno di accensione. A volte è così accesa di giorno dal sembrare accesa anche di notte. Sin da quando ero bambina ci ha sempre tenuto compagnia, anche quando non era necessario perché in compagnia lo eravamo già.

C'erano dei programmi che creavano della convivialità dentro alla convivialità. Nella nostra famiglia il livello di competizione era così alto che l'aria si tagliava col coltello, va da sé che con “Chi vuol essere Milionario” sfoggiassimo il nostro meglio (o il nostro peggio). I primi quiz erano sempre piuttosto facili, poi...verso metà, l'unica cosa che ci veniva da dire era “ma chi è che ha scritto queste domande?”

Orbene, ho la risposta: Ilenia Ferrari!


Ilenia Ferrari lavora per la televisione da vent'anni, ha una laurea in Scienze della comunicazione e il suo impiego attuale è alle Le parole della settimana, con Massimo Gramellini.


Lo dico sempre di essere una donna fortunata, così fortunata da conoscerla personalmente. Non dimenticherò mai la sera del nostro primo incontro, avevamo organizzato una cena di gruppo. Lei aveva un blocco note e penna tra le dita, scriveva appunti su un aneddoto che le aveva raccontato un’amica, si segnava delle parole in Veneziano stretto. Le chiesi a cosa le servisse, lei mi rispose, come fosse la cosa più ovvia al mondo “ci ricavo delle domande!”. Così mi feci raccontare tutto quanto poteva esser detto sull'essere autrice televisiva, e io compresi di avere totalmente ignorato una enorme parte del mondo della scrittura.

PER LA RUBRICA TALK OF FAME: ILENIA FERRARI

AUTRICE TELEVISIVA

Dio quanto mi piace quando qualcuno mi chiede “è corretto se scrivo così?” o “spieghi a mio marito che è sbagliato dire così?”. Mi sento tanto Eugenia Barruero


Per me un buon programma televisivo è come vedere un quadro, apprezzo l'opera talmente tanto dal non chiedermi come è stata fatta, me la godo e basta. Com'è vedere un programma con gli occhi di Ilenia?

Davanti alla televisione esistono due Ilenie: la professionista e la spettatrice. Quando sono sul lavoro agisco chirurgicamente, selezionando contenuti, ospiti, tempi, elementi di quella che viene chiamata “scaletta”. I programmi che vanno in onda in contemporanea li vivo come rivali.
Quando sono a casa, invece, ritorno la bambina innamorata di quella scatola magica e guardo tutto, amando tutto, come quando imitavo i balletti di Lorella Cuccarini o scrivevo delle presentazioni alternative ai partecipanti di Sanremo perché mi piacevano di più a modo mio.



Sapeva sin da bambina che questo è il lavoro che avrebbe voluto fare da grande? E se non fosse stato questo? Cosa le piace oltre alla lettura e alla scrittura? Di cosa le piacerebbe vivere?


Da piccola ho sognato tante cose: guardando “Candy Candy” speravo di fare l’infermiera, con “Occhi di gatto” immaginavo di organizzare colpi alla banca locale. Pensando a mio padre scrissi in un tema “Da grande farò la muratrice”. Poi se andavo dal tabaccaio a comprare le figurine decidevo di fare la tabaccaia. Col tempo oscillai parecchio tra la giornalista sportiva e l’interprete di cinese. Alla fine da un volantino appeso in bacheca all’Università iniziò la mia carriera. Ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta.
La grande chimera rimane scrivere cartoni animati. E non è ancora detto che…


Vuole raccontarci come è cresciuta? C'è una figura di riferimento che ha inciso più di altre? In che modo?


Sono cresciuta felice, con le braghette corte e una bicicletta rossa. Figlia unica che si immaginava il mondo come il regno di Oz e, proprio perché se lo immaginava bello, aveva una gran voglia di vederlo. Ma la famiglia era modesta, soldi per le vacanze neanche a parlarne. Vidi il mare per la prima volta a 15 anni, con la colonia della Parrocchia. E non mi sembrò nemmeno un granché.
Ho avuto un’infanzia di fantasia, pupazzetti, gatti e tanti, tanti amici. Il mio cortile era una via Pal. Le figure di riferimento sono state i miei genitori. E poi la famiglia della mia amica Sara: a casa sua c’erano libri, dischi e un vecchio baule con vestiti di sua nonna che usavamo per travestirci e inventarci personaggi. Da quella casa e da quell’amicizia è nato tanto.


E la famiglia? Quanto ha inciso la sua famiglia nel percorso scolastico e professionale?


La mia famiglia ha inciso moltissimo, nel bene e nel male. Hanno sempre fatto sacrifici per non farmi mancare nulla, ma avere meno possibilità degli altri un po’ mi limitava. Solo che me ne rendo conto ora, all’epoca non mi sentivo in difetto. E oggi apprezzo ancora di più ciò che ho avuto. Ho sempre pensato però che volevo di più e che la chiave del successo sarebbe stata studiare. Lo pensavano anche i miei genitori e vedevano che mi impegnavo. Così al liceo arrivarono i viaggi studio in Inghilterra e Irlanda per imparare l’inglese. E da brava secchiona mi applicai: non avevo preso la cosa come uno svago, ecco.
La mia famiglia attuale, cioè mio marito, è stata l’altra grande fortuna: un uomo che ha capito il mio lavoro senza orari e senza festività e che mi ama anche perché stima la professionista che vede in me.


Quando rientra a casa, cosa racconta ai suoi cari?


All’inizio raccontavo tutto, ma col tempo mi sono resa conto che raccontare la tv è come svelare i trucchi di Silvan: non si fa. Togli la magia. Quindi racconto solo le cose belle e non svelo nessun trucco.


Come si svolgono i tempi nel suo lavoro, come avviene la suddivisione tra casa, redazione, studio televisivo?


Che domanda! Il confine è molto fluido. Quando facevo i quiz non avevo mai pausa: ogni incontro era l’occasione per una domanda, guardavo ogni film per ricavarne quiz. Non avevo pace. Ogni momento era una spunto. Quando facevo programmi comici mi annotavo le battute, adesso che lavoro per un giornalista passo il tempo a leggere giornali. Non mi sento mai abbastanza aggiornata, in nessun campo. Poi però i problemi di casa me li ritrovo al lavoro e passo il tempo in redazione a sbrogliare inghippi al telefono. Perché vivo in provincia di Modena, ma la tv si fa a Milano. E io vivo da 20 anni tra il casello di Milano Sud e quello di Modena nord. Meno male che hanno inventato gli auricolari e il Bluetooth.


Quanto è difficile emergere in un lavoro come il suo?


Sai che non lo so? Io sono emersa? Non te lo so dire, non so se esista un’unità di misura. E anche se esistesse, non mi misurerei. Sono felice, mi sento fortemente definita dal mio lavoro e mi sento brava a farlo. Poi non so se sono emersa: mi basta essere felice quando vedo il mio nome nei titoli di testa. Quella è sempre una magia.
Nel mio campo ci sono tante donne, ma rimane un lavoro molto maschile. Molti programmi hanno gruppi di autori prettamente maschili, non credo esistano programmi con gruppi di lavoro esclusivamente femminili. Ma non sto accusando nessuno di maschilismo: è una questione di numeri. Ci sono più uomini che nel passato hanno deciso di farlo e che lo fanno ancora adesso. Siccome il nostro mestiere si fa finché hai cervello, quelli del “Rischiatutto” ancora bazzicano per gli studi tv. Invece che “Quota 100” siamo a un “Quota 125-130”.


Vuole parlarci dei tempi della diretta e dei tempi della differita? Possono accadere degli imprevisti? Come li gestite? Io immagino una sala di pronto soccorso in piena attività ma magari sbaglio.


Quanto tempo hai? Questa domanda ha una risposta che necessiterebbe di ore. È molto complicato spiegarlo. Posso però dirti una cosa molto semplice. Un programma registrato è come un Lego: ti dà sicurezza perché qualsiasi cosa accada puoi smontare e rimontare il prodotto, togliere ciò che non funziona, lasciare solo il meglio. È come passare una vellutata nel chinois. Questo però toglie spontaneità.
Nella diretta c’è un’adrenalina incredibile e un sollievo immediato: “Ormai l’ha detto, non possiamo più farci niente”. Con la diretta non puoi rimuginare sulle cose, o la va o la spacca. E secondo me, a prescindere, la diretta la spacca sempre.
Alcuni programmi sono un Pronto Soccorso, soprattutto quelli quotidiani che vivono sul momento; altri sono come un distributore di benzina: cambia l’importo iniziale, ma fondamentalmente è un rituale che si ripete senza scossoni. Varia anche il finale: puoi fare il pieno o mettere poche gocce di carburante. Ma quello lo decide il pubblico.


Chi è lo spettatore ideale per lei? Quando lavora al programma chi ha in mente?


Io vorrei che fossero tutti, perché la tv è utile, è bella e io la amo. Quindi odio quelli che mi dicono “Io la televisione non la guardo!”. Madonna, mi sale il sangue al cervello.
Ma perché “non guardi la tv”? Cosa t’ha fatto? Come dire “Io li libri non li leggo”. Puoi non guardare certi programmi perché non ti piacciono o non leggere certi libri perché non ti interessano, ma escludere il mezzo a priori mi sembra veramente arrogante. Per non parlare di quelli che invocano “Io pago il canone e allora ho diritto a..”. Ecco, come in Danimarca, in tv c’è del marcio. Ma c’è il resto della mela che è buono. Quindi vorrei che tutti guardassero la tv. Un pochino di più quelli che si sentono soli. Perché mi sembra di far loro compagnia.


Si vede mai dall'altra parte della scena? Farebbe mai la conduttrice?


Mai! Dovresti vedere come mi imbarazzo anche solo quando vogliono farmi una foto! Non mi faccio nemmeno i selfie col telefonino da tanto mi vergogno. Che ridere! Sto dietro proprio perché ho grossi problemi a stare davanti. Alla fine rimango sempre quella piccola spettatrice che imitava i balletti della Cuccarini senza mai aver fatto un vero saggio di danza in vita sua. Mi piace il rituale dello studio, della preparazione, della messa a punto: poi mi siedo dietro le quinte e osservo il nostro show dalla primissima fila.


Come affronta le scelte? Quale è la voce che ascolta per decidere una storia o un'altra? Esperienza, professionalità, emotività, curiosità, sfida...cosa entra in gioco maggiormente?


Essendo matta, ho la fortuna di avere tante vocine nel cervello ed essendo in democrazia ascolto la maggioranza. Poi quando c’è parità ascolto l’istinto, ma soprattutto i miei colleghi. Il mio è un lavoro che non si fa senza una squadra, non esiste. Quindi avere persone che ti mettono davanti ai tuoi errori prima che tu li compia è una fortuna. Questo almeno è come la vivo io: non prendo decisioni se non ne ho parlato con gli altri, ma se ci ritroviamo in un cul de sac, mi assumo anche la responsabilità di decidere. E spesso di sbagliare.


Si lascia coinvolgere quando prepara le storie? Quanto è importante la sua parte emotiva, quanto la ascolta?


Sono un caso umano! Al lavoro mi prendono in giro perché non solo mi lascio coinvolgere, ma ogni settimana mi innamoro dei personaggi che incontro. Trovo che ogni persona sia straordinaria e quindi mi esalta aver avuto la fortuna di conoscerla. Mantengo a lungo le amicizie. Ancora adesso sono amica dei concorrenti che parteciparono a “Passaparola” più di venti anni fa. Quest’anno mi sono presa cotte professionali per Giovanni Soldini, Reinhold Messner, Antonella Clerici, Milena Gabanelli. L’ultima è per Roby Facchinetti dei Pooh, persona deliziosa. Ma tutti sono deliziosi.


Chi è il peggior nemico del suo mestiere? Cosa può danneggiare la categoria dell'autore o il livello di un programma?

Bella domanda. Non ci ho mai pensato. E non ho una risposta. O comunque se ce l’avessi sarebbe sbagliata, temo. Mi perdoni?


Quale è la sua parola preferita?

Parola.
Ma solo perché “Umberto Eco” non vale.


Le chiedo un prezioso consiglio a chi desidera intraprendere la sua stessa carriera.

Come mi disse il mio maestro professionale Ludovico Peregrini, il famoso Signor No di Mike Bongiorno: “Questo lavoro si inizia solo in un modo: per caso”. A distanza di vent’anni credo sia ancora vero. Non conosco nessuno dei miei colleghi che si sia alzato un mattino decidendo di fare questo mestiere. Ci sono arrivati tutti per serendipità. Ah, anche serendipità è una delle mie parole preferite!


Ho usato il lei per formalizzare l'intervista, ora però ti ringrazio e ti abbraccio stretta!

Ma infatti ero lì che mi chiedevo dall’inizio: perché mi sta dando del Lei? Vieni qua che ci abbracciamo!




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